L'Arte nei momenti di passaggio

Inaugurazione dello spazio “Transit Lab”- Milano

 

Si può affermare che oggi non esiste un solo concetto di arte ma diversi e che non c'è un centro di gravità, di qualsiasi natura, che riconduce a sé teorie, pensieri, valori sull’arte e dell’arte. Dunque, cosa accade e di che cosa è fatto oggi il lavoro dʼartista? La cultura, come la scienza e lʼarte stessa, si esprimono attraverso paradigmi, cioè modi di strutturare il significato e di leggere la realtà. I paradigmi sono transitori, ovvero cambiano con il cambiare della sensibilità, senza che tra un paradigma e lʼaltro, cioè tra un modo di pensare e strutturare la realtà con i suoi significati ed un altro, esista un rapporto di causalità.

Oggi, siamo in pieno cambiamento dei valori di riferimento, senza appunto che se ne possa definire la causa. Questo cambiamento, iniziato 50, 60 anni fa, comincia ad essere ormai recepito nei suoi effetti, investendo trasversalmente la realtà sociale, il mondo della scienza, il pensiero in generale, nonché il mondo dell’arte.

A partire da un certo periodo, la forte democratizzazione, lʼinfluenza e la preponderanza di nuovi mezzi e nuovi stili comunicativi, hanno messo in crisi i vecchi schemi interpretativi, costringendo lʼartista e il pensatore a fare i conti con un vuoto di idee e di riferimenti comuni il quale ha generato il “disagio” di non riuscire a comunicare compiutamente gli elementi e i significati del proprio lavoro. Da un lato, lʼartista sente di non avere alcun peso sociale ed estetico. Di ciò testimonia la frantumazione degli stili, il caos degli orientamenti estetici e la velocità con cui sono consumate le stesse idee, i pezzi di concetti e di definizioni. Leggere la critica di una mostra dʼarte equivale oggi a leggere, ormai, le istruzioni che si trovano nella scatola di un prodotto. Dall’altro, pochi, si sono concentrati a capire che è in atto un degrado del linguaggio, uno sfaldamento tra rappresentazione e rappresentato, per cui con il linguaggio non si può più dire nulla che non possa essere facilmente smentito o che perda di credibilità in breve tempo. Questa “categoria“ di pensatori e di artisti restano al margine. Cercano di approfittare di questo momento per capire le nuove possibilità, insite in ogni cambiamento, naturalmente rischiando di non essere capiti dal pubblico, ma riuscendo però, poi, ad interpretare con anticipo le nuove esigenze e quindi la nuova sensibilità culturale, artistica e sociale.

Si potrebbe aggiungere unʼulteriore categoria, quella dell’artista o del pensatore che si è rifugiato nella qualità del buon artigianato, cercando di sopravvivere al passaggio dei cambiamenti, avvertiti più o meno consapevolmente. Ora, di là dal considerare questo “momento storico” in modo esclusivo, come un bene o un male, è certo che diversi cambiamenti sono in atto, definendo una realtà di fatto con cui confrontarsi. Anche se questi momenti possono essere pure loro funzionali, cioè voluti inconsciamente dalle persone, proprio per esigenze di cambiamento, contengono tra le loro pieghe, paradossalmente, una possibilità più o meno grande: la libertà di sperimentare e di far nascere appunto cose “nuove” oppure di sperimentare il vuoto e toccare in vivo quell’elemento dell’esperienza artistica che è la sensazione che da unʼintuizione possa nascere qualsiasi forma, qualsiasi significato: uno stato quasi non-umano del contenuto potenziale delle forme e dell’essere. Fermo restando la costituzione intellettuale ed emotiva dell’essere umano, naturalmente qualsiasi nuova possibilità, qualsiasi suo potenziale sviluppo, è un mezzo per conoscere la realtà.

Tuttavia, il punto interessante di questo processo in atto è quel momento in cui la libertà di poter fare qualsiasi cosa porta a superare il bisogno di realizzarla, attraverso lʼinteriorizzazione dell’atto creativo (nella sua accezione più ampia), quale forza acquisita coscientemente e non più esperita al di fuori di sé, inseguendo una ricerca espressiva che non è altro che il tentativo di sublimare proprio il bisogno di creare (e di essere).

Quest’ultimo procedimento è ciò che caratterizza le culture più antiche, dove la ripetizione dell’opera, nei canoni fissati dalla tradizione e dal tempo, è già un atto di sublimazione della creazione in tutti i sensi, in cui, in verità, lʼuomo scopre soltanto il suo limite quale trasformatore della materia.

Per concludere, non so quanto sia casuale che questo spazio, inauguri il 4 dicembre 2010 e si trovi in via dei “Transiti” e quanto sia stato casuale che Marco Chiesa, abbia pensato di chiamare questo spazio-laboratorio, proprio “Transit Lab”.

 

Aldo Strisciullo

Federica FerzocoHome.html