Affetto, 2014

Installazione

Argilla, coltello, calco in garza, stampe fotografiche, china su lucido

Dimensioni determinate dall’ambiente

Galleria Nuvole arte contemporanea, Montesarchio, BN

A cura di Domenico Maria Papa

Per molte culture e per il nostro Occidente la dimensione del corpo è protetta da un’attenzione sacrale. Ci si spiega così la ragione per la quale l’indagine anatomica sia stata per secoli trattata con sospetto e spesso esplicitamente condannata.

Leonardo Da Vinci teneva il riserbo sulle pratiche anatomiche condotte sui cadaveri. Nelle aule di anatomia di molte Università fino all’avvento della modernità, i chirurghi si esercitavano su animali, maiali e scimmie soprattutto.

Il trattato De Humani Corporis Fabrica di Andrea Vesalio, in tal senso rappresenta un’opera seminale che indica nell’osservazione diretta e nella dissezione la via maestra per lo studio dell’anatomia. Il fatto che faccia riferimento a una Fabrica, per dire del corpo umano, ovvero a qualcosa di meccanico, di costruito, al pari di altre creazioni dell’ingegno, è indice di come è mutata la concezione medica. Il frontespizio metta in scena un teatro, nel quale, per inciso, le scimmie e gli altri animali sono posti in posizione defilata, rivelando la necessità dell’esperienza visiva diretta, autoptica appunto, sull’uomo.

Le tavole che illustrano l’opera del medico, patavino d’adozione, sono le prime rappresentazioni anatomiche per le quali si cercava l’esattezza dell’immagine e la cura del dettaglio. Quel che interessava nel lavoro dell’artista era una rappresentazione obiettiva, il più possibile neutra ed esaustiva, una rappresentazione ideale.

Le membra del corpo umano dovevano essere prive di ogni riferimento simbolico o religioso. Dovevano avvicinarsi a quanto Vesalio stesso vedeva operando sul tavolo anatomico.

Da allora, i cinque secoli che ci separano da Vesalio si sono riempiti di immagini. Il corpo umano è divenuto uno dei soggetti prediletti in ogni modalità di rappresentazione. E ciò non solo attraverso le arti, ma anche e soprattutto grazie alle tecnologie della visione di cui disponiamo. Oggi possiamo vedere fin dentro i nostri organi, comprendere il funzionamento e farcene un’immagine puntuale, prevenendo le malattie. Per di più da vivi, senza cioè aspettare d’essere stesi su un tavolo di dissezione.

Parallelamente, però, la valenza culturale del corpo umano e dei suoi organi è andata mutando fino a giungere a esiti imprevedibili e distorti. Basti pensare a quelle serie televisive che mettono in scena, la sera, davanti a una leggera cena che abbiamo finalmente deciso vegetariana, il grand guinol della carneficina medico legale holliwoodiana.

L’arte, in quanto pratica di elaborazione di significati simbolici, che per secoli ha mantenuto il privilegio di trattare la materia dell’anatomia è oggi muta di fronte a tale spettacolo. Pur avendolo inaugurato, oggi ne è spettatrice attonita.

Perché, dunque, non ci rivolgiamo più all’arte per farci dire che cos’è un corpo, qual è la sua natura e la sua essenza? Perché l’arte non parla più il linguaggio della rappresentazione oggettiva, ma un cuore di silicone sul quale conversano attori, in veste di medici o poliziotti, è ancora un oggetto reale? E che tipo di relazione simbolica potrà mai intrattenere con altri oggetti?

Forse, nella relazione, nella produzione e nell’attribuzione di significati simbolici, rispetto a un contesto vissuto sta la sfida che si pone alle pratiche della rappresentazione dell’arte.

Federica Ferzoco conduce in tale direzione un’attenta ricerca, ricca di stimolanti riflessioni. Le sue opere sono spesso oggetti, materia che ha una propria evidente fisicità, ma raramente tale fisicità è presentata senza misurare la distanza tra questa e l’idea alla quale aspira, senza un possibile e problematico rimando simbolico e perciò, quel che è più interessante, senza una chiave di lettura che è spesso interrogazione filosofica.

Nel progetto dal titolo Affetto, ad esempio, sono presentati diversi oggetti: un calco, il modello di un arredo domestico, dei disegni. Tutto è in mostra ed è legato da un comune denominatore che ne fa come reperti della scena di un evento delittuoso, del quale per altro l’osservatore stenta a comprendere la dinamica. Ed è questo il proposito dell’artista. Non le interessa, infatti, una ricostruzione, appunto, oggettiva, ma semmai la messa in scena di relazioni, la rappresentazione di un contesto di rapporti, controversi e in cui una sottile violenza sia solo mood inapparente. Nella composizione della scena domestica due corpi, uno maschile e l’altro femminile, occupano uno spazio comune. Dalla disposizione sembrerebbero parte della stanza: sono corpi inanimati come il resto dell’arredo, sono soma, direbbero i greci, pura espressione corporea, calchi, infine.

Sono il prodotto di un affetto, appunto, che tiene uniti, assimila e omogenea, senza riuscire a esaltare le individualità, sacrificando le persone in cambio di un’ideale.

Per capire e illustrare il significato della scena Federica Ferzoco allestisce un suo tavolo anatomico, un piano sul quale però distende l’organo che diciamo essere sede dell’affetto, il cuore.

L’artista ne fa, sul tavolo e nelle trasparenze che allestisce per la mostra, una raffigurazione esatta, anatomica, che nell’aspirazione all’oggettività, rinnega ogni cedimento simbolico. Sembra quasi un pezzo di quella Fabrica di Vesalio, mirabilmente illustrata da Van Calcar.

Il centro del progetto, presentato negli spazi della galleria NuvoleArte di Montesarchio, è nel calco di un cuore, diviso a metà, tagliato da un coltello. Ancora, l’oggetto in mostra non è rappresentazione poetica ma presentazione immediata, in cui, oltre al gioco di parole tra l’azione del coltello e il sentimento del titolo, c’è una divisione a metà dell’organo: un’immagine impossibile. Sappiamo, infatti, che per quanto appaia simmetrico in alcune parti, il cuore è asimmetrico: un taglio netto, come l’affetto tra le persone, tenta una parità che rimane solo nelle aspirazioni. Ogni affetto, sembra avvertire l’artista, è il risultato di un’azione, participio, che però è vero e non pura raffigurazione se sa rispettare le disparità.

La distanza tra progetto e contesto, tra idea ed esistenza è un tema ricorrente nell’opera di Federica Ferzoco. In mostra è presentata anche Ognuno è diverso, nessuno è perfetto, una serie di forme che solo a distanza appaiono simili, basterà avvicinarsi per costatare le differenze e la lontananza dal tipo geometrico al quale rimandano.

Così come accade per gli scacchi, dove ogni pezzo ha una funzione e un’individualità che, però, è data dalla relazione. Come nel caso di Affetto, nel gioco degli scacchi, la posizione e il compito di ciascun componente è dato dai rapporti che intrattiene con gli altri.

La tensione tra idea e concretezza della materia si realizza anche nell’opera Cerchi. Si tratta di cerchi concentrici incisi su terracotta o disegnati su carta. Ogni cerchio rappresenta un anno di vita di chi li ha eseguiti, il lavoro completo rappresenta gli anni della persona al momento dell’esecuzione. La rappresentazione geometrica di un significato astratto come quello della vita, assume qui connotati non sempre regolari e, un po’ come accade negli alberi, i cerchi raccontano di piccole poco significanti variazioni che nella totalità rendono ogni cerchio singolare, come la vita, mai perfetta di ciascuno di noi.

Domenico Maria Papa

Settembre 2014